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MAJAKOVSKIJ E IL SOGNO ASSASSINATO

Marzia Musneci
4 giorni fa
Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 2 giorni fa



Mosca, 14 aprile 1930. Vladimir Vladimirovič Majakovskij si tira un colpo di pistola nel suo studio al passaggio Lubjanskij. Se un giallista si fosse trovato da quelle parti, avrebbe colto lo spunto per un caso della "camera chiusa": vittima sola in casa, porta e finestra serrate, nessun’altra via di accesso. I rapporti del 39° distretto di polizia parlano tutti di ‘suicidio per motivi personali’. Viste le circostanze, un’ipotesi plausibile.

Eppure, nonostante il canonico biglietto di addio, in molti stentano a crederci.

Perché Majakovskij non è un cittadino qualsiasi, non è un poeta qualunque.

È il bardo della Rivoluzione d’Ottobre, il cantore entusiasta del Soviet e del Cambiamento.

Grande di corpo e d’anima, dalla personalità trascinante, ha la capacità di cambiare la vita delle persone che lo circondano. Quella dei coniugi Brik, per esempio, con cui stabilisce una convivenza e un legame affettivo quindicennale, privo di contrasti e di difficile definizione (ma questo meriterebbe un articolo a parte). Insomma, Majakovskij occupa la scena culturale e politica dal 1915 con vitalità straripante. Concedendosi un pizzico di malignità, un altro poeta, Demian Bednij, scrive che ‘Majakovskij non è riuscito nemmeno a morire senza fare casino’.

Suicidio, quindi. Versione ufficiale. E, nel 1930, le versioni ufficiali non si discutono. Non apertamente.

Ma le chiacchiere continuano a girare molto a lungo. Ancora nel 1950 si discute dell’esistenza o meno di una scala appoggiata alla finestra dello studio (di cui non c’è traccia nei rapporti). E quindi sull’ipotesi che Majakovskij sia stato eliminato perché cominciava a dare fastidio.

Dopo l’entusiasmo delle poesie propagandistiche, anche il bardo comincia a vedere le crepe del sistema in cui ha creduto. L’ultimo lavoro teatrale, "Il bagno a vapore",  viene letto come una velata critica a Stalin, che si è insediato al Cremlino da poco, ed è un fiasco senza rimedio.

Chi lo conosce bene (come Osip e Lilja Brik, i colleghi del Fronte di Sinistra delle Arti e gli Artisti Proletari) racconta un Majakovskij diverso.


Cupo, saturnino, "Volodja" attraversa un periodo difficile: non è in salute, ha problemi economici, gli negano un visto per Parigi (per timore che diffonda una cattiva immagine del Soviet, forse, o che addirittura non torni), dove vorrebbe sposare un’attrice esule conosciuta in un viaggio precedente. Tatjana Jakolevna, Tatà, si stanca di aspettarlo e sposa un nobile europeo. Majakovskij si aggrappa a una nuova fiamma, un’attrice del Teatro d’Arte, e l’assilla con pretese assurde. Il ‘giovane dio’ subisce critiche da ogni parte, diventa lunatico e bizzoso, l’immagine eroica si sgretola a vista.

Insomma, Volodja, Voločik, sta perdendo il senso di tutto ciò in cui crede.

 Oggi la morte di un poeta farebbe altrettanto scalpore, in Russia e nel resto del mondo? Chissà.

Bisogna dire che erano tempi particolari. Tempi in cui l’arte veniva considerata dal potere sovietico, giusto o sbagliato che fosse, come un valido strumento di sostegno. In cui pittori, scrittori, poeti, teatranti e cineasti si sentivano parte, con diversi gradi d’intensità, di un mondo nuovo che contribuivano a costruire.

Anni culturalmente così fecondi che gli effetti arrivano fino a oggi. Nonostante l’isolamento politico della nuova Unione Sovietica, i suoi artisti riescono a restare nello spirito del tempo, basta comparare alcune opere di Depero con quelle di Malevič, che presentano una somiglianza stupefacente. Senza il cubo-futurista russo, non sarebbero esistiti (o sarebbero stati diversi) Mondrian e Rothko.

Konstantin Sergeevič Stanislavskij fonda il Teatro d’Arte e inventa un metodo di recitazione che, trasmesso da attori russi emigrati negli Stati Uniti, sarà alla base dell’attività dell’Actor’s Studio a New York. Perciò è colpa sua se possiamo amare le interpretazioni di Marlon Brando, Marilyn Monroe, Eve Marie Saint, Robert De Niro, Al Pacino, solo per citarne alcuni.

Se Sergej Michailovič Ejzenštein non avesse inventato il montaggio, chissà quanto avrebbe impiegato il cinema a diventare quello che è oggi.

Il formalismo russo è stata la base dello strutturalismo cecoslovacco e francese; insieme a Vladimir Jakovlevič Propp, e alla sua "Morfologia della fiaba", ha fondato quella che oggi chiamiamo narratologia. Propp, in particolare, ha posato la prima pietra su cui Christopher Vogler ha costruito Il viaggio dell’eroe, considerato la bibbia del narratore contemporaneo. E allora? Come fa a erodersi una realtà così ricca?

Disperante e triste, capita quello che succede quando gli uomini decidono di realizzare il sogno di una società ideale: finiscono per rimanere intrappolati nel suo esatto contrario.

La fase eroica del ’17 si è esaurita, governare un paese enorme e difficile come la Grande Madre Russia è complesso. Vengono commessi errori, traditi ideali, accettate condizioni che con l’utopia hanno poco a che fare.

Stalin si sta ancora lucidando gli stivali, ma il progetto originario di società nuova ed equa si va logorando da diversi anni.

E questo, un poeta come Majakovskij, lo avverte. Non sappiamo se a pelle o con chiarezza. Volodja, forse, ‘non sa più dove rifugiarsi’, per usare le parole di una sua poesia splendida. "La disillusione", l’assenza temporanea dei Brik, la disponibilità di diverse armi da fuoco, tutto converge verso quello sparo.

Ho sempre visto il colpo di pistola al passaggio Lubjanskij come uno spartiacque. Un punto fermo impietoso che divide poesia e prosa, sogno e realtà.

In un racconto a me molto caro, Ejzenštejn indaga sul suicidio di Majakovskij e conclude:

“Vladimir Vladimirovič Majakovskij si è suicidato, dovrò farmene una ragione. Ma è stata la fine del sogno ad armargli la mano. (…) Volodja non è morto da solo. Accanto a lui giaceva un sogno assassinato".

Marzia Musneci 

 

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