top of page

Il DESTINO DEI BEST SELLER: CLASSIFICHE E OBLIO

Immagine del redattore: Max Morini
Max Morini
11 ott
Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 12 ott


Best seller, ovvero il più venduto.

Ma quando?

Ovviamente in un dato momento storico, o periodo dell'anno, intercettando trend e mode, sentire comune e tessuto culturale legato a un determinato mercato editoriale.

Oggi fa persino sorridere pensare, tanta è la distanza siderale con il presente, che cinquant’anni fa le classifiche di vendita italiane riportavano ai vertici gli ultimi romanzi di Calvino, della Morante, “Il nome della rosa” di Eco, o trent'anni prima ancora “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa.

Certo, avventura, storici, spy e thriller, horror e fantasy, anche in una top-ten di fine Novecento non sono mai mancati, per esempio Ken Follett o Wilbur Smith; parliamo di quei bei libri brossurati di almeno cinquecento pagine con l’enorme foto dell’autore  che occupa tutta la copertina sul retro e ci ammica sorridendo (d’altra parte, pensando al suo conto in banca milionario, non potrebbe fare diversamente).

Per molti di quei romanzi, a meno che non diventino dei Long seller (pochi, per la maggior parte dopo il rumore della gloria è arrivato il silenzio, come “Va dove ti porta il cuore” per restare a casa nostra e citare un caso non troppo lontano) il destino è comune, lo era allora, lo è tanto più adesso in un’epoca di consumi letterari mordi e fuggi e ancora più facili.

Ovvero, dagli scaffali delle librerie passano gradualmente, anno dopo anno, a quelli dei mercatini dell’usato o vengono esposti in bella mostra sulle bancarelle, scivolati nell'oblio.

Intendiamoci, in un mercatino o in una bancarella troviamo anche Dante e Shakespeare, il motivo per cui sono arrivati lì è semplicemente che il proprietario voleva disfarsene, per problemi magari di spazio (e la brossura ne occupa, eccome) oppure ha comprato altre edizioni, o altro ancora, comprese le lamentele della moglie che non vuole avere più troppi libri dentro casa. Idem per tutti gli altri classici e capolavori.

Ma, se vediamo i numeri e la mera quantità, la presenza di Grisham, Deaver, Pattinson, Corwell, Reichs, Ludlum, Clancy, Chrichton, Cusser, oltre ai già citati Follett e Smith, tanto per fare i nomi più popolari, nelle aree dedicate dell’usato è costante e diffusa.

Sembra quasi un’occupazione militare che non conosce fine nà mai la conoscerà-

E allo stesso modo, aggirandoci per mercatini, ci imbatteremo spesso e volentieri inevitabilmente anche nel “Codice Da Vinci”, o in “Cinquanta sfumature di grigio”, “Twilight”  o nella saga di “Harry Potter”.

Quindi la domanda, anzi le domande, sic e simpliciter, sono perché ci sbarazziamo di libri di così grande successo e non li vogliamo più nei nostri salotti?

La risposta, premesso comunque che hanno venduto molto di più degli altri, quindi la percentuale che “sloggia” dalle librerie domestiche è fisiologicamente più alta, è altrettanto semplice: perché hanno svolto, spesso egregiamente, la loro funzione, ma non ci hanno spinto a compiere nessun viaggio interiore.

Ci hanno fatto “divertire” (in senso etimologico, "divertere”, cioè hanno rivolto la nostra mente altrove, in un contro-mondo immaginario, distraendoci dalla quotidianità), commuovere, emozionare, palpitare, sorprendere, sorridere, ci hanno tenuti svegli tutta la notte per sapere come andava a finire, ci hanno fatto compagnia sotto l’ombrellone o su un treno, insomma ci hanno intrattenuto, anche a livelli altissimi, ma non ci hanno detto niente che già non sapessimo già su noi stessi e le nostre vite.

La grande letteratura, come tutta l’arte, oltre a farci percepire il Bello, deve poter arricchire la nostra coscienza e spostarla, parlandoci in maniera sempre nuova del magma della nostra esistenza e dei suoi infiniti aspetti, portandoci dove non siamo ancora stati.

Facciamo un esempio senza “incriminare” ancora i contemporanei: immaginiamo che “I tre moschettieri” o “Il conte di Montecristo” di Dumas, grandi Best seller dell’epoca diventati poi classici dell’avventura, quindi dopo due secoli ormai mega Long seller, escano oggi. Avrebbero lo stesso successo? Probabilmente sì, vista la qualità dell’invenzione e della scrittura, perché sono macchine narrative straordinarie. Ma oltre alle trame del feuilleton storico-avventuroso, aggiungerebbero poco o niente a quello che sappiamo già sull’amicizia o sulla vendetta.

Prendiamo un rapporto così complesso e così profondo come l’amicizia: per capirlo meglio, allora oltre a divertirci con D’Artagnan, Athos, Aramis e Porthos, necessariamente dobbiamo leggere anche altro: magari  “Narciso e Boccadoro” di Hesse, “L’amico ritrovato” di Ulhman, o, perchè no, “Il lungo addio” di Chandler e “It” di Stephen King, perché la grande narrativa di genere deve e può essere anche grande letteratura.

Forse questi titoli, se saranno capaci di aprici la mente e il cuore, li terremo nelle nostre librerie per sempre, accanto ai nostri giganti preferiti, da Balzac a Dickens, da Dostojevskj a Tolstoi, da Proust a Mann a Kafka e chi più ne ha più ne metta.

Poi detto ciò, ovviamente esclameremo ancora: “Tutti per uno, uno per tutti!".

Anche questo, per sempre. Max Morini


 
 
 

Commenti


bottom of page