ODISSEA E NON SOLO: E' MEGLIO IL FILM O IL LIBRO?
- Ildo Brizi
- 27 lug
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 30 lug
"E' meglio il libro o il film?": chissà quante volte l’abbiamo sentito nei nostri discorsi in società. Innumerevoli, sicuramente.
La domanda, però, a dire il vero non è del tutto corretta.
Il motivo è che si mettono sullo stesso piano due medium che hanno differenze sostanziali. il libro per raccontare una storia usa le parole, il cinema, invece, le immagini e molti altri elementi. L'obbiettivo è lo stesso, ma poi partendo dalla stessa radice narrativa, ognuno prende laa propria strada.
Un romanzo, inoltre, ha un unico creatore, massimo due; in un film, ce ne sono diversi: sceneggiatori, attori, scenografi, costumisti e truccatori, direttore della fotografia, montatore, compositore della colonna sonora e ovviamente, al vertice autoriale di tutto questo, il regista.
Il francese Jean-Jaques Annaud, parlando della genesi del suo "Il nome della rosa", racconta che Umberto Eco, agli inizi della preparazione del film, gli disse: «Il mio libro è nelle librerie. Il tuo film, al cinema. Non voglio partecipare alla sceneggiatura e non dirò nulla al riguardo, perché sono due oggetti diversi.»
E allora prendiamo proprio "Il nome della rosa" come paradigma.

Lavorando al film, Annaud si era posto il problema di come potesse trasformare un romanzo così denso di personaggi, eventi e riflessioni filosofiche in un’opera che potesse arrivare al grande pubblico. Gli sceneggiatori dovettero operare dei tagli e eliminare parti di racconto che avrebbero allungato troppo la narrazione, per la gioia innanzitutto degli esercenti dei cinema che, legati all'incasso, ovviamente puntano a più proiezioni giornaliere possibili.
A questo proposito, sempre Annaud diceva: «Un libro attraversa la mente, bisogna visualizzarlo...Perché un film di due ore racconta un sacco di cose che il libro non può. ... Per interpretare tutto il libro fino in fondo, sono stato portato a tradirlo. Perché se avessi voluto rispettarlo davvero avrei dovuto filmargià e le pagine. E ce ne sono più di 500.»
Il regista francese fornisce la corretta interpretazione nel rapporto tra romanzo e cinema.
Ed è proprio questo il problema e i suoi paradossi: il pubblico nei film cerca la
fedeltà al romanzo e rifiuta il suo “tradimento”. Non lo digerisce, anche se le premesse dovrebbero essergli chiare, perchè sono contenute nella diversità dei due medium.
Uno sceneggiatore che lavora su un romanzo deve saperne cogliere l’essenza, ma può anche eliminare personaggi o inventarne di nuovi, tagliare capitoli interi, spostare gli eventi avanti o indietro nel tempo e cambiare il ritmo della narrazione.
Nel film un momento di riflessione di un personaggio può essere sintetizzato con una o due inquadrature, quando nel libro occupa diverse pagine.
Sintesi è la parola corretta: il cinema è l’arte della sintesi, del comprimere. Raccontare tutto, raccontare troppo può risultare deleterio poiché uccide lo
spettatore, lo rende passivo, incapace di evolversi insieme alla storia. L’ellissi narrativa è l’elemento che muove il mistero, che ti porta a fare congetture ed appassionarti a quello che stai vedendo..
Anche se talvolta, per esigenze di palinsesto e serializzazione, si tende ad allungare le storie che si potrebbero condensare in meno tempo.
Questo è sempre un bene?
Non c’è una risposta giusta, è molto relativo Dipende.
Tornando a "Il nome della rosa", recentemente si è tentata la via della trasposizione seriale, ma il risultato non ha avuto gli esiti sperati e la narrazione ha spesso sfiorato il tedio e tradito il romanzo molto più colpevolmente di quanto avesse fatto Annaud. Le puntate divagano su troppe sottotrame non sviluppate nemmeno nel romanzo. Ma può anche esserci il caso, anche se più raro, in cui la letteratura può influenzare il cinema anche senza passare attraverso un adattamento diretto.
In un mondo carico di trasposizioni, vorrei portare all’attenzione il caso della prima stagione di "True Detective".

È cinema puro e la letteratura emerge dalle suggestioni del suo autore Nick Pizzolatto: Ambrose Pierce, Thomas Ligotti, Robert William
Chambers e il suo "Il re in giallo". Lo sceneggiatore pesca dialoghi, stralci, atmosfere e le
amalgama con la sua visione della storia. In questo non c’è alcun tradimento del romanzo (perché non c’è il romanzo...), ma una vivida coesistenza dove narrazione e citazione si puntellano a vicenda. Forse la domanda giusta non è, allora, se sia meglio il libro o il
film, ma come e quanto ogni trasposizione (o adattamento che dir si voglia, il "based on..."), sappia tradire la storia originale scritta e trasformala in un'altra opera dotata della propria autonoma forza espressiva, nel bene e nel male.
Odissea inclusa.

Ildo Brizi




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