DETECTIVE SENZA FAMIGLIA
- Enrico Luceri

- 8 giu
- Tempo di lettura: 4 min
Esiste un’anagrafe dei personaggi di fantasia, perché la burocrazia segue le sue regole e deve archiviare le informazioni essenziali di tutti, anche di coloro che vivono solo nell’immaginazione dei loro autori e nel piacere dei loro lettori.
Certificati ed estratti di nascita, residenza, stato di famiglia, e ovviamente morte,
scandiscono quindi l’esistenza anche dei più famosi detective del genere di
narrativa che in Italia è chiamato per convenzione "Giallo".
Nello Stato di famiglia si trovano le notizie più curiose e interessanti su questi
investigatori che da oltre un secolo e mezzo appassionano generazioni di lettrici e
lettori. Infatti i protagonisti dell’età d’oro del genere, sono tutti, o quasi, single, per
usare un termine moderno, che forse loro apprezzerebbero ben poco, affezionati come sono al loro stato di celibi e nubili.
Tali sono Auguste Dupin, il capostipite della categoria, creato dall’immaginazione di
Edgar Allan Poe, Hercule Poirot e miss Marple di Agatha Christie, Nero Wolfe di
Rex Stout, Ellery Queen, scritto da se stesso (o meglio se stessi, era lo pseudonimo usato da due cugini), Philo Vance di S.S. Van Dine e naturalmente Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle. Single. Tuttavia non proprio misantropi, visto che convivono (non certo more uxorio!) con altri: Dupin con l' anonimo biografo dei tre racconti di cui è protagonista; Poirot con l’impareggiabile domestico Georges; miss Marple con la cameriera di turno; Ellery con suo padre, l’ispettore Queen; Philo Vance con il maggiordomo Currie; Holmes con l’io narrante delle sue storie, il dottor Watson (lui sì, che si sposa, con la dolce
Mary Morstan, conosciuta nel romanzo "Il segno dei quattro", della quale però a un
certo punto resta vedovo, compiendo un trasloco al contrario per
tornare a Baker street 221b).

L’eccezione che secondo alcuni conferma la regola (e secondo Holmes la nega) è il
commissario Maigret di Georges Simenon, felicemente coniugato con la comprensiva
signora Louise. Un matrimonio di un tempo: solido, scandito da manifestazioni di
affetto sobrie quanto profonde, basato sul rispetto reciproco, anche nel comune,
sofferto ricordo della figlia, morta prematuramente. Qui, però, entra in scena un
elemento che va al di là dell’esigenza narrativa e semmai ha aspetti psicologici degni
di uno studio del dottor Freud: chissà che Simenon (che si vantava di una esuberanza
fisica nel rapporto di coppia, mercenario o meno, da competere con la sua fertilità
narrativa) abbia voluto vedere nel suo personaggio più noto un alter ego opposto a sé,
monogamo, fedele e riservato.
Insomma, il dubbio è lecito: possibile che questa squadra di infallibili investigatori,
così diversi fra loro, abbia condiviso un comune destino di castità? I romanzi e
racconti di cui sono protagonisti non sciolgono per niente il dubbio, anzi tenderebbero a lasciar sospettare che siano single asessuati e morigerati.
E invece, no.

Tanti anni fa, mi capitò sotto gli occhi una rara intervista a Giovanni Luigi Bonelli, il
creatore del ranger del West più amato dagli italiani: Tex Willer.
La domanda alquanto maliziosa dell’intervistatore si proponeva di dare voce alla
curiosità delle migliaia di lettori del fumetto omonimo. Poteva un eroe come Tex,
precoce vedovo dell’amatissima moglie nativa Lilyth, madre di suo figlio Kit,
cavalcare, nuotare, allargare sbarre di ferro, arrampicarsi nei canyon, restare vigile
per giorni e notti, insomma dare prova di una vigoria fisica da supereroe Marvel,
senza avere mai, dico mai, l’esigenza di un incontro, chiamiamolo così, galante?
Bonelli stette al gioco e rispose che nelle sue storie esistevano le didascalie, che
collegavano le scene quando c’erano cambiamenti di tempo e/o luogo. Ebbene,
concluse Bonelli, ciò che fa Tex fra una didascalia e l’altra sono fatti suoi, cioè
riguardano la sua vita privata, e come tale nemmeno io la conosco, e a maggior
ragione devono ignorarla anche i lettori, tanto si tratterebbe di faccende che non hanno nulla a che fare con le sue avventure.
Giusto, commento io, allora come adesso.
Vale anche per gli assi della detective story classica: chi può sapere cosa sia
avvenuto, per esempio, fra Sherlock Holmes e Irene Adler, fino a che punto Poirot
fosse affascinato dalla contessa (e vera ladra di gioielli) Vera Rossakoff, se Archie
Goodwin avesse ragione o meno, quando temeva che gli occhi color caramello della
detective privata Dol Bonner potessero attrarre Nero Wolfe più di un’orchidea
ibridata con successo nella sua serra o di un piatto di Salsicce Mezzanotte cucinato da
Fritz Brenner.

Potremmo continuare, ma fermiamoci qui, fra una didascalia e l’altra
Ah, un’ultima domanda, direbbe il tenente Colombo (lui sì felicemente sposato con
una donna di cui parla sempre e non si vede mai) .L’avvocato Agnelli sosteneva che
gli uomini si dividono in due categorie: quelli che parlano di donne e quelli che
parlano con le donne. Lui, naturalmente, apparteneva a quest’ultima. Colombo,
invece, alla prima, tanto che alla fine ci domandiamo se la signora Colombo esista
davvero o sia l’ennesimo diversivo per far abbassare le difese all’assassino e incastrarlo subito dopo.
Insomma, qual è questa ultima domanda?
Eccola: come mai i lettori amano ancora questi single del Giallo classico (lo
testimoniano le vendite attuali delle principali collane di genere) e comunque anche
coppie moderne (dunque anche “aperte”) come quella fra Salvo (Montalbano) e Livia
(Burlando)? E tutti i loro epigoni, impegnati in variabili geometrie del rapporto di
coppia. Qualche bello spirito potrebbe rispondere che il lettore si è fatto esigente, anzi
selettivo, e ciò che accetta nel classico, rifiuta nel moderno.
Sarà, per me resta un mistero, che temo non risolverebbe nemmeno il più scaltro
degli investigatori. Con o senza famiglia. Enrico Luceri



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