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CARNEADI DI SUCCESSO

  • Immagine del redattore: Max Morini
    Max Morini
  • 30 mag
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 5 giu

"Carneade chi era costui?" si chiedeva dubbioso Don Abbondio mentre nei "Promessi Sposi", alle prese con una edificante lettura su S.Carlo Borromeo, gli compare sotto gli occhi il nome di quell'antico filosofo greco. Che da quel momento, poi diventa per antonomasia il nome di un perfetto sconosciuto, assolutamente irrilevante, trascurabile e destinato all'oblio. Di Carneadi la narrativa novecentesca, soprattutto quella di intrattenimento, fa bello sfoggio, ma per fortuna attraverso il cinema non sempre le loro opere hanno conosciuto lo stesso destino di anonimato, diventando veri e propri oggetti di culto o straordinari successi al botteghino, senza perdersi mai nella memoria del grande pubblico. Come per l'americano Larry McMutry, che in patria non è proprio un signor nessuno grazie anche alle sua meravigliosa saga westen ( "Luna Comanche" e soprattutto "Lonesome Dove", Premio Pulitzer) ma la cui fama qui è arrivata di riflesso attraverso pellicole come "Hud il selvaggio" con Paul Newman, lo struggente "L'ultimo spettacolo" di Peter Bogdnanovic e soprattutto il più sentimentale e zuccheroso "Voglia di tenerezza" con Shirley Mc Laine e Debra Winger.

Stessa sorte per un altro americano, William Tevis, che firma la celebre doppietta ambientata nel mondo del bigliardo sempre legata al carisma di Paul Newman ("Lo spaccone" e "Il colore dei soldi", firmato Scorsese), il cult fantascientifico "L'uomo che cadde sulla terra" con David Bowie e "La regina degli scacchi", diventato recentemente una serie di successo Netflix.

Per passare a Ira Levin, ebreo newyorchese, che ci regala "I ragazzi venuti dal Brasile", "La donna perfetta" e il thriller "Sliver" ma soprattutto il perturbante-satanico "Rosemary's Baby", che Polanski non si lasciò sfuggire e trasformò in un capolavoro horror.

Ed infine il francese Pierre Boulle, capace di passare da un classico anti-militarista come "Il ponte sul fiume Kwai", super-classico di David Lean con tanto di motivetto-tormentone, a un evergreen della fantascienza come "Il Pianeta delle Scimmie", diventato, fra sequel e prequel, un franchise hollywodiano miliardario.


L'eclettismo letterario che appartiene a questi autori forse è stato uno dei motivi della scarsa riconoscibilità della loro firma a livello popolare, ma ormai, dopo che le loro opere attraverso il cinema e la tv sono entrate prepontemente nel nostro immaginario collettivo, vogliamo ancora chiamarli Carneadi? Direi di no, con buona pace di Don Abbondio. Max Morini

 
 
 

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